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Brevi riflessioni sull'utilità delle Province

di Giuseppe Panassidi

Il dibattito sull'utilità delle Province, iniziato sessant'anni or sono in seno all'Assemblea Costituente e proseguito negli anni quasi senza soluzione di continuità, da qualche tempo è ripreso con rinnovato vigore. Un dibattito analogo si è svolto anche in molti altri Paesi europei, e spesso si è concluso con il consolidamento del livello di governo intermedio (Francia, Germania, Polonia, eccetera).

Come è noto, la polemica sul ruolo delle Province vede contrapposti due schieramenti, ciascuno formato da componenti di diversi orientamenti politici e da opinion leader anche del mondo economico. Da un parte gli “abolizionisti”, che insistono sui risparmi ottenibili con la soppressione di questi enti. D'altra, i “fautori” della necessità di un livello intermedio di governo, spesso sospettati però di volere conservare solo posti e poltrone. Il dibattito è contraddetto da quanto accaduto, anche di recente. Nel 2001 è stata approvata la riforma costituzionale dello Stato con la previsione delle Province come componenti essenziali della Repubblica (art. 114 Cost). Nel 2005, la riforma costituzionale più ampia, poi bocciata con il referendum, non ha messo in discussione questo livello di governo. Oggi, il disegno di legge sul federalismo non sembra rafforzare il ruolo delle regioni e dei comuni a discapito delle province, essendo poco significativa la previsione della sostituzione di otto province con altrettante città metropolitane. Finora nello scontro di fatto sono prevalsi, quindi, i sostenitori delle Province, enti nel frattempo, aumentati di numero e valorizzati con nuove funzioni. Peraltro, l'abolizione delle Province forse non comporterebbe i risparmi sperati. Non diminuirebbe, infatti, il costo del personale (2 miliardi e 300 milioni di euro), da sistemare presso altri enti; non si risparmierebbe la spesa per lo svolgimento di servizi e funzioni (11 miliardi e 600 milioni), da riallocare presso altri livelli di governo. Resterebbero, in ultima analisi, solo i risparmi per i cosiddetti costi della politica. I costi diretti per la politica rappresentano, però, solo lo 0,84 per cento del totale della spesa (120 milioni). E anche volendo aggiungere ai costi diretti, quelli indiretti (uffici di staff, strutture di supporto, ecc), l'economia di spesa sarebbe ben poca cosa e, comunque, ottenibile con una forte cura dimagrante dei consigli e delle giunte provinciali, organi oggi con dimensioni non più giustificabili ( ma di cui pochi parlano).

Non bisogna sottacere, inoltre, che per abolire le Province, è necessario modificare l'art. 114 della Costituzione che prevede questi enti, unitamente ai comuni, alle città metropolitane, alle regioni e allo Stato. Questa riforma costituzionale richiederebbe ampi consensi e comunque tempi lunghi per la sua approvazione e poi per la sua attuazione (oggi è ancora in cantiere l'attuazione della riforma costituzionale del 2001!).

Manca – ed è questo l'elemento più rilevante – un chiaro modello alternativo, per cui si rischierebbe di sopprimere enti che poggiano su solide radici storiche e che esistono da prima dell'Unità d'Italia (legge Rattazzi del 1859), senza idee su chi fa che cosa. I sostenitori della svalutazione delle 107 Province dovrebbero indicare, senza magari ripescare modelli vecchi come i comprensori, i sostituti per lo svolgimento dei servizi di area vasta e per il coordinamento delle contraddizioni e dei conflitti non risolvibili a livello di singolo comune. Non dobbiamo, infatti, dimenticare che il sistema comunale italiano è composto per l'80% da enti con meno di 5000 abitanti, compreso Morterone (Lecco) con 36 abitanti e 16 famiglie, ed esige la presenza di modelli di governo sovracomunale in grado di fornire servizi complessi e assicurare la promozione dello sviluppo territoriale. In modo più pragmatico, si potrebbero immaginare soluzioni più realistiche ed immediate. Invertendo il ragionamento, si potrebbe pensare di valorizzare ancora di più il ruolo delle Province, consegnando a queste la responsabilità delle funzioni della miriade di enti proliferati negli anni e di quelle che le regioni gelosamente trattengono in palese violazione del principio costituzionale di sussidiarietà (art. 118 Cost.). Penso, in particolare, agli Ato per rifiuti ed acqua, ai consorzi di bonifica, alle comunità montane, alle diverse agenzie regionali, ecc. L'abolizione di questi enti, progettata peraltro in parte nella legge finanziaria del 2008, con il trasferimento delle relative funzioni alle Province, richiederebbe solo una legge ordinaria, preceduta, come è ovvio, da un'intesa Stato – Regioni – autonomie locali. Questa soluzione avrebbe, soprattutto, il vantaggio di concentrare in un solo livello di governo servizi e funzioni sparsi in più centri di responsabilità, realizzando il principio dell’unicità della responsabilità nell’esercizio delle funzioni posto a regola del decentramento amministrativo fin dalle leggi Bassanini della fine degli anni ‘90. In questo caso i risparmi sarebbero effettivi ed immediati. La partecipazione locale alle decisioni potrebbe essere mantenuta, assicurandola con modelli snelli e moderni di condivisione (ad esempio, assemblee dei sindaci o tavoli di concertazione con i rappresentanti dei comuni interessati all'esercizio della singola funzione). Province si, Province no: temo che il dibattito, ormai un pò stantio, continui, e la pagina sul tema, ancora bianca, sia tutta da scrivere.

 

 

 

 (GP)

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