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Gli enti locali non possono inserire nei contratti di appalto clausole per concordare gli effetti del ritardo di pagamenti, allo scopo di legittimare tale inadempimento, sebbene posto in essere per rispettare il patto di stabilità.

Secondo la Corte dei conti, Sezione regionale di controllo dell’Emilia Romagna, che si è espressa col parere 5/2009, simili clausole sono nammissibili e fonte di potenziale responsabilità amministrativa

E’ un fatto acclarato che i comuni per rispettare i flussi di cassa rallentano i pagamenti verso gli appaltatori. Ma, si tratta pur sempre di un inadempimento, sanzionato, per altro, dall’articolo 133, comma 1, del d.lgs 163/2006, ai sensi del quale che in caso di ritardo nella emissione dei certificati di pagamento o dei titoli di spesa relativi agli acconti e alla rata di saldo rispetto alle condizioni e ai termini stabiliti dal contratto, spettano all'esecutore dei lavori gli interessi, legali.

Il fatto che l’ente possa concordare con l’appaltatore i ritardi, in apposite clausole, da un lato non può legittimare l’inadempimento: la clausola sarebbe ovviamente contra legem. Dall’altro, non legittima il maggior carico di spesa sul bilancio. La Sezione, dunque, conclude affermando che tale clausola è inammissibile. Nell’attuale quadro normativo, secondo la Corte dei conti, l’unico strumento a disposizione delle amministrazioni per non incorrere in disequilibri a causa dei pagamenti dovuti ai contratti di appalto è programmare con estrema attenzione gli appalti, tenendo conto delle conseguenze sulla cassa.

 (lo)

Delibera-n.5-2009-PAR-Riccione-RN-5-.doc (58,50KB)