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Le pubbliche amministrazioni, comprese quelle regionali e locali, hanno l’obbligo di soddisfare la richiesta di ogni interessato di comunicare in via informatica tramite posta elettronica certificata (P.E.C.) ed a tal fine sono tenute ad adottare gli atti di carattere tecnico ed organizzativo finalizzati alla pubblicazione sulla pagina iniziale del sito degli indirizzi di P.E.C. ed a consentire l’effettiva, concreta ed immediata possibilità di interagire con l’ente attraverso tale modalità di comunicazione elettronica.

L’inottemperanza a questi obblighi determina una grave violazione dei principi costituzionali di buon andamento dell’azione amministrativa poiché si traduce in una disfunzione nell’esercizio del potere pubblico che produce un disservizio a carico degli interessati, i quali, costretti a recarsi personalmente presso gli uffici e ad utilizzare lo strumento cartaceo per ricevere ed inoltrare comunicazioni e/o documenti; vengono sostanzialmente privati del diritto di partecipare al procedimento amministrativo anche attraverso strumenti di comunicazione telematici, secondo quanto previsto dall’art. 4, comma 1, del Codice dell’amministrazione digitale (D.Lgs. 7 marzo 2005, n. 82).

L’inerzia dell’amministrazione si pone in insanabile contrasto con i principi e le regole progressivamente imposte dal legislatore a garanzia della trasparenza dell’attività amministrativa e realizza una evidente violazione delle diverse disposizioni intervenute in questi anni a disciplinare i rapporti telematici tra cittadini e P.A., quali gli artt. 3 e 6 del Codice dell’Amministrazione digitale che, al fine di garantire il diritto degli utenti di “richiedere ed ottenere l'uso delle tecnologie telematiche nelle comunicazioni con le pubbliche amministrazioni”, impongono alle pubbliche amministrazioni l’obbligo di utilizzare la P.E.C. per la trasmissione telematica di documenti che necessitano di una ricevuta sia di invio sia di consegna, o l’art. 11, comma 5, del D.Lgs. 27 ottobre 2009, n. 150 che individua nella P.E.C. un indispensabile strumento per rendere effettivi i principi di trasparenza dell’azione amministrativa. A tal fine le amministrazioni sono tenute a pubblicare nei propri siti un indirizzo istituzionale di P.E.C. - “costantemente disponibile all’interno della testata” e collocato in posizione privilegiata in modo da essere visibile nella home page del sito (direttiva n. 8/2009 del Dipartimento della funzione pubblica) - “a cui il cittadino possa rivolgersi per qualsiasi richiesta”, e devono anche attivare un apposito  servizio che renda noti al pubblico i tempi di risposta. E non si tratta di “semplici” principi destinati a trovare applicazione negli ordinamenti regionali e locali solo in seguito all’adozione di atti di recepimento da parte di regioni, province e comuni, ma di obblighi immediatamente operativi, dato che le disposizioni che li prevedono trovano immediata applicazione anche negli ordinamenti delle amministrazioni substatali.

D’altra parte, proprio per prevenire atteggiamenti dilatori da parte degli enti decentrati e continui rinvii nell’applicazione di disposizioni di fondamentale importanza in relazione alla qualità dell’azione pubblica, il legislatore ha garantito l’immediata applicabilità anche per le regioni, e la conseguente cogenza, dell’obbligo di pubblicare sulla propria home page l’elenco completo delle caselle di posta elettronica certificata e di rendere effettiva la possibilità per l’utente di comunicare tramite P.E.C., abrogando la disposizione che, con riferimento alle amministrazioni regionali e locali, subordinava l’attuazione del principio relativo al diritto dell’utente di “richiedere ed ottenere l’uso delle tecnologie telematiche” alla sussistenza delle risorse tecnologiche ed organizzative disponibili e al rispetto della loro autonomia normativa, e non prevedendo alcuna disciplina transitoria che dilazioni l’entrata a regime delle nuove regole di condotta, come invece previsto, per altre disposizioni del Codice, quali ad esempio quelle in materia di pagamenti telematici, di comunicazioni tra imprese e amministrazioni pubbliche, che sono subordinate all’adozione, entro termini prestabiliti, di successivi decreti ministeriali (art. 57 del D.Lgs. 30 dicembre 2010, n. 235).

L’inottemperanza a queste regole può essere dedotta e sanzionata attraverso la proposizione della c.d. class action contro la P.A., lo strumento introdotto dal D.Lgs. n. 198/2009 al fine di consentire ai cittadini di ottenere efficacia ed efficienza da uno o più uffici della pubblica amministrazione, o da concessionari di servizi o funzioni pubblici.

Si tratta di un’azione - a legittimazione diffusa (ma non demandata al quivis de populo) - diretta a denunciare, al fine di correggerlo, il malfunzionamento dell’amministrazione, desunto dalla violazione di determinati standard nell’erogazione della prestazione amministrativa.

Per arginare un possibile abuso di azioni collettive da parte di soggetti privi, anche solo in astratto, di un (sostanziale e diretto) interesse all’accoglimento del ricorso è previsto che i ricorrenti debbano lamentare «la lesione diretta, concreta e attuale» «di interessi giuridicamente rilevanti ed omogenei per una pluralità di utenti e consumatori» derivante da:

a) violazione di termini procedimentali;

b) mancata emanazione di atti amministrativi generali obbligatori e non aventi carattere normativo, qualora questi debbano obbligatoriamente emanarsi entro e non oltre un termine fissato ex lege o per regolamento;

c) violazione degli obblighi contenuti nelle carte di servizi;

d) violazione di standards qualitativi ed economici stabiliti dalle autorità preposte alla regolazione ed al controllo del settore (nel caso dei concessionari di servizi pubblici) o definiti dalle stesse autorità in conformità alle disposizioni legislative in materia di performances (nel caso delle pubbliche amministrazioni).

Non è sufficiente, quindi, lamentare l’inefficienza in cui la pubblica amministrazione sarebbe incorsa, ma bisogna anche dedurre la lesione personale che abbia subito o che possa subire, nell’immediato o a breve, al proprio interesse omogeneo a quello di una determinata classe di utenti o consumatori. Nel caso dell’inottemperanza alle regole di buona condotta telematica da parte delle amministrazioni pubbliche, ad esempio, la legittimazione a proporre l’azione collettiva non può fondarsi sulla “mera circostanza della residenza del ricorrente o dell’interveniente nel territorio della regione, posto che anche un non residente può evidentemente avere interesse a fruire dei servizi telematici erogati dalla Regione ed avere necessità di comunicare telematicamente con l’ente”, ma bisogna invece “individuare un criterio di prossimità tra il titolare dell’interesse e l’ente pubblico in relazione ad una specifica funzione pubblica o ad uno specifico servizio pubblico erogato dall’ente, di cui il soggetto ricorrente (cittadino o non cittadino, residente o non residente) prospetti di volere o dovere fruire avvalendosi delle tecnologie telematiche di comunicazione”. 

Diverso il criterio di accertamento della legittimazione nel caso in cui la class action venga attivata da un ente a tutela di un interesse collettivo, poiché in questa ipotesi la lesione di “interessi giuridicamente rilevanti ed omogenei” non può che essere valutata in astratto in relazione all’effettiva capacità di tutelare gli interessi della categoria che si assume lesa dall’inefficienza amministrativa, da accertarsi “attraverso la valutazione del grado di rappresentatività dell’ente e del suo fine statutario, che deve contemplare proprio la garanzia di quei particolari interessi che si intendono tutelare con il ricorso”.

 (D.I.)