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Non bastando più le leggi finanziarie omnibus, le manovre estive, quelle invernali e quelle di “mezza stagione”, l’altro appuntamento fisso per complicare in modo deleterio l’ordinamento giuridico è quello col decreto “milleproroghe”.

Fino a qualche anno fa, si trattava di una norma tecnica, avente lo scopo di prorogare molte scadenze e per questo definito “milleproroghe”. Ultimamente, il legislatore cerca proprio di tenere fede al nome, ed ha ingigantito la norma, che tra proroghe e norme sostanziali costituisce un corpus molto ampio, per quanto totalmente disarticolato, scoordinato e disomogeneo, diviene un mostro giuridico, la cui lettura è complessa e di difficile orientamento.

Graduatorie. In particolare, mai negare il prolungamento dell’efficacia delle graduatorie dei concorsi pubblici. Prorogata fino al 31 marzo 2011 la validità delle graduatorie dei concorsi pubblici approvate dopo il 30 settembre 2003. Il decreto “mille proroghe” puntualmente, come ogni anno, prolunga l’efficacia delle graduatorie delle prove concorsuali delle pubbliche amministrazioni, accendendo le speranze degli idonei di poter finalmente essere assunti nei ruoli delle amministrazioni pubbliche. Impresa, tuttavia, molto difficile, considerando i limiti alle assunzioni da ultimo imposti dalla manovra estiva 2010.

Il mille proroghe interviene sul termine fissato al 31.12.2010 dall’articolo 5, comma 1, del D. L. n.  207/2008, convertito in legge n. 14/2009, poi modificato dall’articolo 2, comma 8, del D.L. n.194/2009, convertito in legge n. 26/2010. Nella realtà, tuttavia, la proroga parte da ben più lontano: infatti, la norma del 2008 aveva prorogato al 31 dicembre 2010 la validità delle graduatorie per le assunzioni a tempo indeterminato approvate successivamente al 1° gennaio 1999 relative alle amministrazioni pubbliche soggette a limitazioni delle assunzioni, allungando i termini a suo tempo già prorogati dall’articolo 1, comma 100, della legge  n. 311/2003. Ormai, tenere il filo rosso che unisce le varie norme di proroga delle graduatorie diviene un  vero e proprio rompicapo.

Enti che scompaiono, oneri che restano. La storia dell’amministrazione italiana è costellata da soppressioni di enti, senza la conseguente eliminazione di forme di finanziamento loro riservate. L’Agenzia per la gestione dell'albo dei segretari comunali e provinciali non può fare eccezione: la tabella 1 del provvedimento lascia fermo fino al 31 marzo 2011 il contributo che le debbono i comuni. In attesa della successiva ulteriore proroga…

Rigorosità dei conti a corrente alternata. L’articolo 2, comma 39, per il triennio 2011-2013 impone agli enti locali di contenere il ricorso all’indebitamento. Sarà, infatti, possibile contrarre mutui o, comunque, avvalersi di altre forme di finanziamento esistenti nel mercato a condizione che l'importo annuale degli interessi non abbia un’incidenza, rispetto alle entrate correnti, superiori al 12% nel 2011, al 10% nel 2012, ed all'8% nel 2013. Se da un lato la norma si inserisce tra quelle finalizzate a limitare il debito, dall’altro, però, il successivo comma 41 prolunga fino al 2012 la possibilità per i comuni finanziare la spesa corrente, mediante i proventi degli oneri di urbanizzazione e delle sanzioni per costruzioni abusive, per una quota non superiore al 50%. Un ulteriore 25% di questi finanziamenti possono essere girati al finanziamento di spese di manutenzione ordinaria del verde, delle strade e del patrimonio comunale. Insomma, si proroga la meno virtuosa tra le possibili gestioni finanziarie: l’utilizzo di entrate straordinarie e non stabili, per spese continuative ed ordinarie.

Gettoni per i consiglieri circoscrizionali delle città metropolitane. Uno strano caso di interpretazione autentica non retroattiva è quello posto dall’articolo 2, comma 9-ter, ai sensi del quale “Il terzo periodo del comma 2 dell'articolo 82 del testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, e successive modificazioni, si interpreta, con effetto dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, nel senso che per le città metropolitane si intendono i comuni capoluogo di regione come individuati negli articoli 23 e 24 della legge 5 maggio 2009, n. 42, e successive modificazioni”.

La disposizione ha lo scopo di rendere possibile la corresponsione dei gettoni di presenza ai consiglieri circoscrizionali delle città metropolitane, confermate nell’elencazione fissata dalla legge-delega sul federalismo fiscale e cioè Bari, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Reggio Calabria, Roma capitale, Torino e Venezia.

Inoltre, il successivo comma 9-quater reintroduce la possibilità di rimborsare i permessi retribuiti, sempre per i consiglieri circoscrizionali, stabilendo: “Al comma 2 dell'articolo 82 del testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, e successive modificazioni, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: « In nessun caso gli oneri a carico dei predetti enti per i permessi retribuiti dei lavoratori dipendenti da privati o da enti pubblici economici possono mensilmente superare, per ciascun consigliere circoscrizionale, l'importo pari ad un quarto dell'indennità prevista per il rispettivo presidente”.

Ennesima eccezione alla dismissione delle società. L’articolo 2, comma 42, sostituisce integralmente l’articolo 1, comma 117, della legge n. 220/2010, che aveva ammorbidito la disciplina della cessione di quote di partecipazione in società, per gli enti di piccole dimensioni, già prevista dalla manovra estiva 2010. Il nuovo comma 117 prevede: “Ai fini dell'applicazione dell'articolo 14, comma 2, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, al comma 32 del medesimo articolo 14, le parole: "Entro il 31 dicembre 2011" sono sostituite dalle seguenti: "Entro il 31 dicembre 2013" e, dopo il secondo periodo, è inserito il seguente: "Le disposizioni di cui al secondo periodo non si applicano ai comuni con popolazione fino a 30.000 abitanti nel caso in cui le società già costituite: a) abbiano, al 31 dicembre 2013, il bilancio in utile negli ultimi tre esercizi; b) non abbiano subito, nei precedenti esercizi, riduzioni di capitale conseguenti a perdite di bilancio; c) non abbiano subito, nei precedenti esercizi, perdite di bilancio in conseguenza delle quali il comune sia stato gravato dell'obbligo di procedere al ripiano delle perdite medesime”.

Dunque:

  1. la liquidazione delle società deve avvenire non entro il 31.12.2011 (scadenza oggettivamente impensabile), ma entro il 31.12.2013;
  2. tuttavia, sono salve le società già costituite, ovviamente alla data di entrata in vigore del d.l. 78/2010, a condizione che al 31 dicembre 2013 abbiano il bilancio già in utile da tre esercizi, nello stesso arco di tempo non abbiano dovuto ridurre il capitale per perdite di bilancio e non abbiano cagionato perdite di bilancio, tali da obbligare il comune a ripianarle.

Incompatibilità meno stringenti. Ai sensi dell’articolo 63, comma 1, n. 2), del D. Lgs. n. 267/2000 non può ricoprire la carica di sindaco, presidente della provincia, consigliere comunale, provinciale o circoscrizionale “colui che, come titolare, amministratore, dipendente con poteri di rappresentanza o di coordinamento ha parte, direttamente o indirettamente, in servizi, esazioni di diritti, somministrazioni o appalti, nell'interesse del comune o della provincia, ovvero in società ed imprese volte al profitto di privati, sovvenzionate da detti enti in modo continuativo, quando le sovvenzioni non siano dovute in forza di una legge dello Stato o della regione”. L’articolo 2, comma 42, del milleproroghe addolcisce la norma e stabilisce: “All'articolo 63, comma 1, numero 2), del testo unico di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, dopo le parole: «della Regione» sono aggiunte le seguenti: «, fatta eccezione per i comuni con popolazione non superiore a 3.000 abitanti qualora la partecipazione dell'ente locale di appartenenza sia inferiore al 3 per cento e fermo restando quanto disposto dall'articolo 1, comma 718, della legge 27 dicembre 2006, n. 296»”;

Pertanto, nei comuni con popolazione fino a 3.000 abitanti, non scatta l’incompatibilità, a condizione che la partecipazione dell’ente locale alla società sia inferiore al 3% ed essa non eroghi emolumenti all’amministratore locale.

 

 (lo)

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