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La Corte costituzionale con sentenza 18 febbraio 2010 n. 52 ha dichiarato inammissibili le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 62 del decreto-legge 25 giugno 2008 n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), come convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133 e come modificato dall’art. 3 della legge 22 dicembre 2008, n. 203 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2009).
 
Resiste dunque ai dubbi di incostituzionalità la disposizione che fa divieto «agli enti» di cui al comma 2 (vale a dire alle Regioni, alle Province autonome e agli enti locali) di stipulare, fino alla data di entrata in vigore del regolamento di cui al comma 3, e comunque per il periodo minimo di un anno decorrente dalla data di entrata in vigore del decreto medesimo , contratti relativi agli strumenti finanziari derivati, ferma restando la possibilità di ristrutturare il contratto derivato.
La suindicata norma di divieto temporaneo trova la sua giustificazione nella necessità di impedire che, mediante la stipulazione di contratti fortemente aleatori, le finanze degli enti stessi siano sottoposte a esposizioni debitorie anche molto gravose. La Corte ha osservato che la disposizione in esame non è neppure in contrasto con l’ultima parte dell’art. 119 Cost., (che prevedendo la  possibilità di ricorrere all’indebitamento «senza limitazione alcuna, quanto agli strumenti utilizzabili» solo per finanziare spese d’investimento, sembrerebbe inconciliabile con la norma al vaglio della Corte che invece esclude in radice tale possibilità. Al riguardo, la Corte rileva  che l’ultimo comma dell’art. 119 Cost. pone un vincolo di equilibrio finanziario che si sostanzia nel consentire agli enti locali di ricorrere all’indebitamento solo per finanziare le spese di investimento.
La giurisprudenza costituzionale ha peraltro già chiarito che le nozioni di «indebitamento» e di «investimento» non possono essere determinate a priori in modo assolutamente univoco (si veda sentenza n. 425 del 2004), spettando allo Stato, con determinazione non manifestamente irragionevole, definire, in relazione ai diversi contesti che possono venire in rilievo, il significato delle espressioni in esame. Nella fattispecie ora in esame, il legislatore, con il divieto, sia pure temporaneo, di stipulare contratti aventi ad oggetto strumenti finanziari derivati, ha evidentemente ritenuto che tale attività, potendo avere natura altamente rischiosa, dato il suo carattere intrinsecamente aleatorio, non possa essere qualificata quale attività di investimento. Non si presenta, dunque, manifestamente irragionevole la scelta di vietare, tra l’altro in via transitoria, il ricorso a tali tipologie di negoziazione avente carattere di oggettiva pericolosità per l’equilibrio della finanza regionale e locale.
 

 (ar)