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Non rientrano le prestazioni dei nonni vigili nella spesa di personale, se correttamente configurate come attività di volontariato.

La Sezione regionale di controllo per il Veneto della Corte dei conti ha espresso il parere 153/2009, secondo il quale i compensi per i nonni vigili rientrerebbero tra le spese di personale appare fuorviante. La Sezione fonda la sua opinione su una concezione sostanzialmente onnicomprensiva dell'utilizzo di attività lavorative rese in favore dell'ente locale, prescindendo dalla natura sostanziale del rapporto sottostante, da cui deriva che ogni attività che comporti lo svolgimento di un lavoro per l’ente committente implichi spesa di personale.

Vi sono, però, una serie di considerazioni che militano contro la configurazione dei compensi ai nonni vigili come spese di personale. In primo luogo, la riconduzione della prestazione da essi resa alla disposizione dell'articolo 76, comma 1, della legge 133/2008. Come è noto tale disposizione impone di comprendere come spese di personale anche forme flessibili di lavoro, come la somministrazione a tempo determinato e le collaborazioni coordinate e continuative. Sicchè il costo dei nonni vigili potrebbe considerarsi spesa di personale solo se il comune stipulasse con essi un contratto di collaborazione coordinata e continuativa. Ma, il comune che attivasse un simile rapporto porrebbe in essere violazioni di legge evidentissime, perchè mancano totalmente i presupposti. Non si tratta, infatti, di prestazioni straordinarie, caratterizzate da elevata professionalità richiedente una specializzazione universitaria, come impone l'articolo 7, comma 6, del d.lgs 165/2001. Inoltre, se realmente la prestazione dei nonni vigili fosse configurabile come collaborazione, si violerebbe il divieto, sempre previsto dall'articolo 7, comma 6, citato, di utilizzare i collaboratori come lavoratori subordinati. Pertanto, l'impiego dei nonni vigili basato su una prestazione regolata da contratto di co.co.co. non tanto costituisce spesa di personale quanto, piuttosto, vera e propria illegittimità della spesa e del rapporto.

In secondo luogo, nella gran parte dei casi le amministrazioni comunali non regolano i rapporti direttamente con persone fisiche, bensì con associazioni civiche, alle quali assegnano contributi, come rimborsi spese. Le amministrazioni maggiormente accorte fondano espressamente tali contributi sull'articolo 7, comma 4, della legge 266/1991. L'assenza di un rapporto diretto ente locale-prestatore e la convenzione che regola l'attività di volontariato esclude radicalmente l'applicabilità dell'articolo 76, comma 1, della legge 133/2008; e per quanto l'accezione di spesa di personale di tale norma sia particolarmente vasta, non potrebbe certamente estendersi a simili convenzioni, nell'ambito delle quali i contributi non possono che avere una destinazione di rimborso spese, non certo di remunerazione di servizio. A nulla rileva, a questo scopo, la qualificazione fiscale dei rimborsi.

Il problema, allora, si pone laddove un comune regolasse, in maniera improvvida, direttamente con persone fisiche l'attività del nonno vigile. In ogni caso, comunque, l'attività resa dall'interessato non può che rientrare in una prestazione di volontariato, nell'ambito della quale l'onere a carico dell'ente va considerato come rimborso spese, non remunerazione da attività di lavoro.

 (lo)

153_2009_PAR.doc (36,00KB)