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T.A.R.  Torino (Piemonte)  sez. I, 31/07/2014, n.  1365 (Lanfranco Bulacani, Presidente - Ariberto Sabino Limongelli, Primo Referendario, Estensore)

 

Il servizio di refezione scolastica è un servizio pubblico, ma a domanda individuale, con la conseguenza che il Comune, se decide di istituirlo, è obbligato ex artt. 6 comma 1, d.l. 28 febbraio 1983 n. 55, convertito nella l. 26 aprile 1983 n. 131, e 172 comma 1 lett. d), d.lg. 18 agosto 2000 n. 267, a stabilire la quota di copertura tariffaria a carico dell'utenza; nell'esercizio di tale potere-dovere, ed in particolare nella quantificazione del tasso di copertura tariffaria del costo di gestione del servizio, il Comune gode di amplissima discrezionalità, che non trova nella legge alcuna limitazione in ordine alla misura massima imputabile agli utenti (ipotesi in cui il Comune aveva previsto che il costo complessivo del servizio posto dall’Amministrazione a carico dell’utenza fosse pari a circa il 79%, a fronte del solo 21% finanziato dal bilancio comunale)

Il servizio di refezione scolastica è un servizio pubblico locale “a domanda individuale”, secondo quanto stabilisce, al punto n. 10, il Decreto del Ministero dell’Interno 31 dicembre 1983 (“Individuazione delle categorie di servizi pubblici locali a domanda individuale”).

La qualificazione del servizio di refezione scolastica quale servizio pubblico a domanda individuale sta a significare che l’ente locale non ha l’obbligo di istituirlo ed organizzarlo. Se però decide di farlo, è tenuto per legge, nel rispetto del principio di pareggio di bilancio:

a) in primo luogo, ad individuare il costo complessivo del servizio, includendo in tale computo sia i costi “diretti” effettivamente pagati per l’erogazione del servizio (nel caso di specie, il corrispettivo pagato dal Comune di Torino agli attuali appaltatori del servizio di refezione scolastica), sia quelli “indiretti” rappresentati dalle spese per il personale comunque adibito al servizio, anche ad orario parziale, compresi gli oneri riflessi, nonché dalle spese sostenute per l’acquisto di beni e servizi e per le manutenzioni ordinarie (art. 6, comma 4 D.L. 28 febbraio 1983 n. 55, convertito dalla L. 26 aprile 1983, n. 131);

b) in secondo luogo, a stabilire la misura percentuale di tale costo finanziabile con risorse comunali, e quindi, correlativamente, a stabilire la residua misura percentuale finanziabile mediante tariffe e contribuzioni a carico diretto dell’utenza (art. 6 comma 1 D.L. citato; art. 172 comma 1 lett. e) D. Lgs. 18 agosto 2000, n. 267);

c) infine, a determinare le tariffe o i corrispettivi a carico degli utenti, anche in modo non generalizzato (art. 6 comma 2 D.L. n. 55/1983; art. 149, comma 8 D. Lgs. n. 267/2000).

In linea astrattamente teorica, ove lo consentisse un’ipotetica capienza di bilancio, il Comune potrebbe certamente decidere di finanziare per intero il servizio di refezione scolastica con risorse proprie, garantendone la fruizione gratuita da parte della popolazione scolastica cittadina. Allo stesso modo, però, sarebbe altrettanto concepibile (e legittimo) se l’ente locale stabilisse di far gravare per intero il costo del servizio sull’utenza, soprattutto allorchè ciò si rendesse necessario, in un’ottica solidaristica e secondo valutazioni di politica economico-sociale di esclusiva pertinenza dell’ente locale, per garantire l’accesso gratuito o agevolato di fasce deboli della popolazione ad altri servizi erogati dalla stessa Amministrazione.

Tra le due opzioni estreme, entrambe legittime, si pone quella - più frequente e altrettanto legittima - in cui il costo del servizio è ripartito tra l’amministrazione comunale e l’utenza scolastica secondo modalità variamente determinate e mutevoli nel tempo, influenzate dalle disponibilità di bilancio e dalle scelte di politica economico-sociale dell’ente locale.

In tale eventualità, i cittadini che ritengano eccessivamente gravoso il costo del servizio stabilito unilateralmente dal Comune hanno pur sempre la facoltà di non giovarsene, prelevando i propri figli da scuola durante l’orario destinato alla mensa e provvedendo direttamente al pranzo dei medesimi.

L’eventuale impossibilità per i genitori di provvedere direttamente al pranzo dei propri figli per concomitanti impegni lavorativi o per altre cause, per quanto umanamente comprensibile, non costituisce però ragione sufficiente per pretendere che l’Amministrazione, non solo istituisca obbligatoriamente un servizio pubblico che per legge non è obbligata ad istituire, ma se ne addossi pure l’intero onere o la maggior parte di esso, tenuto conto - si ripete - che il servizio di cui discute non è un servizio pubblico essenziale che l’ente locale sia obbligato a garantire alla collettività amministrata, ma un servizio facoltativo che l’ente locale può decidere discrezionalmente di attivare nei limiti delle proprie disponibilità di bilancio, e per la fruizione del quale è normativamente previsto che l’utenza debba farsi carico del costo residuo non coperto da risorse comunali, eventualmente nella misura differenziata stabilita dallo stesso ente locale con provvedimenti di carattere generale.

La misura della contribuzione è quindi il frutto di una scelta di ampia discrezionalità riservata per legge all’amministrazione comunale, la quale deve esercitarla nel rispetto dei principi di equilibrio economico-finanziario di gestione del servizio e di pareggio di bilancio; una scelta che sfugge al sindacato giurisdizionale di questo giudice laddove non sia affetta da vizi macroscopici di illogicità o di irragionevolezza.

A rigore, l’esternazione delle ragioni di tale scelta non sarebbe neppure dovuta, ai sensi dell’art. 3 comma 2 L. n. 241/90, trattandosi di un atto a contenuto generale (così TAR Bologna, sez. I, 15 dicembre 2011, n. 835).

Nella specie, comunque, le ragioni dell’aumento del tasso di copertura tariffaria del servizio sono state evidenziate dall’Amministrazione nel primo dei provvedimenti impugnati, ed esse, nei limiti del sindacato di legittimità spettante a questo giudice, appaiono ispirate da considerazioni non manifestamente illogiche o irragionevoli, correlate al quadro (notorio) di complessiva riduzione delle risorse disponibili per l’Ente civico per la gestione dei servizi pubblici di propria competenza.

 

 

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